dicembre 2007

a. XIII, n. 6  [76]

 

 

L'ANTICA CHIESA DI SAN SISTO

l'ORIGINE DEL SUO CULTO

di Sergio Fresu  

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 DICEMBRE 2007

Fino agli inizi del ‘6oo i berchiddesi non rivolgevano ancora le loro preghiere a San Sebastiano. Il patrono era San Sisto, al quale era intitolata la chiesa che sorgeva al cento del vecchio abitato, alle falde del Monte Ruinas.

San Sisto, riferimento religioso di grande spessore come difensore della cristianità nella lotta contro i musulmani, ebbe una consistente rinomanza al tempo dei Pisani (XI-XIII secolo). Probabilmente furono proprio loro che importarono proponendo o imponendo il suo culto in Sardegna.

In seguito la sua importanza decadde, probabilmente perché ritenuto poco affidabile nella risoluzione dei problemi vitali che la popolazione gli sottoponeva. In particolare, a Berchidda, il suo culto fu sostituito da quello in onore di San Sebastiano, santo “specializzato” nella difesa contro le pestilenze, che fu scelto proprio in occasione della fine della devastante epidemia del 1652, che aveva falcidiato la popolazione e aveva determinato lo spostamento del paese attorno all’attuale chiesa parrocchiale. In quella occasione San Sisto non aveva esaudito le preghiere dei fedeli, e ciò causò, almeno a Berchidda, il declino del suo culto.

Nell’articolo che presentiamo apprendiamo qualcosa di più sulle vicende della biografia del santo e ricordiamo qualche particolare architettonico sulla chiesa di San Sisto, che oggi non esiste più.

 

Nel periodo in cui sorse l’abitato di Berchidda la Chiesa Parrocchiale era intitolata a San Sisto II° Papa.

 

IL SANTO

Fu il 24° Papa della Chiesa Cattolica e regnò per soli undici mesi dal 31.08.257 alla morte.

Non conosciamo le sue origini e nemmeno quale fu la sua vita prima di essere eletto al soglio pontificio. Il Liber Pontificalis afferma che era greco. Ma tale affermazione è probabilmente erronea: essa derivò dalla falsa convinzione che il Papa fosse il filosofo greco autore delle cosiddette “Frasi” di Sisto. Egli succedette al suo predecessore Stefano 1°.

A Sisto 2°, definito da Ponzio “sacerdote buono e pacifico”, va il merito di aver ristabilito la pace all’interno del mondo cristiano ripristinando le relazioni con le chiese africane ed asiatiche. Tuttavia, come il suo predecessore, incentivò l’uso romano di non ribattezzare i lapsi, ma di ungerli semplicemente col crisma. Col termine di lapsi (letteralmente “scivolati”) venivano definiti i cristiani che, durante le persecuzioni, avevano mostrato la loro debolezza di fronte alla tortura ed avevano rinnegato la propria fede ricadendo nel paganesimo. Durante la pubblicazione dell’editto di persecuzione dell’imperatore Valeriano, Sisto 2° riuscì a compiere comunque le sue funzioni di pastore dei cristiani senza subire interferenze da coloro che dovevano far rispettare tale editto. Ma nei primi giorni di agosto del 258, l’imperatore pubblicò un nuovo editto più crudele il cui contenuto, secondo una lettera di San Cipriano di Cartagine al vescovo di Abbir Germaniciana, ordinava di mettere subito a morte vescovi, sacerdoti e diaconi. Papa Sisto fu uno dei primi a cadere vittima di questo editto. Infatti San Cipriano continuava: “vi comunico che Sisto ha subito il martirio con quattro diaconi il 6 agosto, mentre si trovava nella zona del cimitero di Praetextatus, sul lato sinistro della via Appia. I quattro diaconi martirizzati lo stesso giorno sono Gennaro, Vincenzo, Magno e Stefano. Lo stesso giorno altri due diaconi, Felicissimo e Agapito, patirono il martirio. Quattro giorni dopo, il 10 agosto, subì il martirio anche l’ultimo dei diaconi di Roma: l’arcidiacono Lorenzo. I resti del pontefice furono traslati nella cripta papale del vicino cimitero di San Callisto. Dietro la sua tomba, in un reliquiario, fu posta la sedia macchiata di sangue sulla quale era stato decapitato. Sul luogo del cimitero di San Protestato dove fu martirizzato fu eretto un oratorio, che veniva ancora visitato dai pellegrini del 7° e dell’ 8° secolo. Papa Pasquale 1° lo fece trasferire, in seguito, nella cappella Iuxta Ferrata, dedicata a lui e a Papa Fabiano, nella Basilica di San Pietro in Vaticano.

Nel IV secolo a Roma fu costruita la Basilica di San Sisto Vecchio che la tradizione vuole sia stata approvata da Papa Anastasio 1° (399-401) e che fu finanziata dalla matrona Crescenziana. La chiesa conserva le reliquie del Santo traslate qui nel VI secolo dalle Catacombe di San Callisto. Essa fu ricostruita all’inizio del XIII secolo per volere di Papa Innocenzo III°. E’ conservato un affresco realizzato in questa occasione e raffigurante scene dal nuovo testamento e dagli apocrifi. Il resto dell’edificio, ad eccezione dell’Abside e della torre campanaria, fu ricostruito nel XVIII secolo per volere di Papa Benedetto XIII°. Anche a Pisa fu dedicata una chiesa a San Sisto II° nei pressi di Piazza dei Cavalieri. Consacrata nel 1133 fu realizzata in stile romanico pisano in pietra a tre navate coperte a capanna a doppio spiovente. L’interno è diviso da colonnati con numerosi capitelli romani di reimpiego.

San Sisto II° era l’antico patrono di Pisa e veniva festeggiato il 6 agosto: questo giorno era ritenuto propizio per la città in quanto anniversario di importanti vittorie riportate dalla repubblica marinara; il 6 agosto 1284, però, Pisa perse 12000 uomini nella battaglia della Meloria e da allora San Sisto non fu più festeggiato. Anche a Sassari vi è una chiesa dedicata a questo santo: essa prospetta su via San Sisto ed è una delle più antiche parrocchiali del centro storico cittadino. E’ citata nei documenti per la prima volta nel 1278, quando furono istituite le cinque parrocchie della città murata. Entro il 1848 fu integralmente ricostruita in forme neoclassiche dall’architetto Angelo Maria Piretto. In essa si trova la settecentesca statua di San Sisto, collocata presso il pulpito che si trova nell’aula sul lato destro ed è in stile neoclassico.

Anche nel paese di Giave l’antica parrocchiale era intitolata a San Sisto e si trova nella parte alta del paese: è stata inizialmente edificata in stile romanico, con grossi conci in pietra, in seguito è stata rimaneggiata ma si notano ancora le linee originali. Il suo culto fu sostituito da quello di Sant’Andrea la cui chiesa fu costruita nel 1583 in stile gotico catalano.

Come possiamo notare abbiamo quattro situazioni analoghe in quattro luoghi diversi, per quanto riguarda l’abbandono del culto di questo santo come patrono: Pisa, Sassari, Berchidda e Giave. Attualmente viene venerato come Santo Patrono a Castelpoggio in provincia di Massa-Carrara, a Colle D’Anchise in provincia di Campobasso, a Morbello in provincia di Alessandria.

 

LA CHIESA DI BERCHIDDA

Notizie sul santuario di Berchidda sono riportate nella cronaca in sardo-logudorese, probabilmente del berchiddese Santino Fresu, che si trova negli archivi parrocchiali (vedi G. Meloni, Vita Quotidiana a Berchidda tra ‘700 e ‘800, Sassari, 2004). La cronaca dice che era stato costruito con trachite quasi sicuramente importata da Tula e da Oschiri, roccia vulcanica che era stata preferita al granito, di cui la zona era ricca, certamente per la sua maggiore morbidezza e duttilità. Assieme a questo tipo di pietra venne usata la pozzolana, un materiale naturale di origine vulcanica, il quale combinato con argilla diventava inattaccabile dall’umidità. L’uso di questa combinazione era conosciuto fin dai tempi dei Romani che se ne servirono per la costruzione del porto di Pozzuoli. La chiesa aveva dimensioni imprecisate, continua il manoscritto, era comunque leggermente più lunga, più larga ed alta dell’ Oratorio di nostra Signora del Rosario, chiesa seicentesca che è l’unica delle tre edificate presso la piazza di Berchidda, che sia giunta sino a noi. L’ Abside era rivolta verso nord-est; vi si accedeva tramite due ingressi: quello principale guardava a sud-ovest mentre quello laterale era rivolto a sud-est, verso l’area che aveva accolto il nuovo agglomerato di Berchidda. In corrispondenza dei due bracci laterali del transetto erano situate, ai fianchi del coro, due cappelle dedicate ai santi dei quali, al momento della stesura della cronaca, non si conosceva più l’identità. All’interno, incassato nella muratura, era stato alloggiato un espositore di legno, a forma di nicchia, protetto da un vetro, che il cronista paragona a quello che, ai suoi tempi, era stato costruito per le chiese campestri di Sant’ Andrea e San Michele. Dentro la nicchia faceva mostra di se una statua del santo titolare, confrontabile per grandezza con quella di San Sebastiano, che avrebbe adornato la nuova chiesa a lui dedicata. Della statua di San Sisto si era perso ben presto il ricordo poiché qualcuno se ne era impadronito senza lasciare tracce. Don Raffaele Pinna, vicario parrocchiale dal 1838, abolì i festeggiamenti in onore di San Sisto, che si tenevano ancora il 6 agosto di ogni anno, usanza tenuta viva nonostante la titolarità della parrocchia fosse passata a San Sebastiano. Il parroco Don Pinna morì a Berchidda il 17.09.1870, a 74 anni, dopo aver ricevuto l’estrema unzione; fu sepolto nel cimitero comune dopo un funerale officiato da Don Lorenzo Santu (Archivio Parrocchiale S.Sebastiano Berchidda, 4° LD 1861-1913 c.36v).