ottobre 2006

a. XII, n. 5  [68]

 

 

Vini sardi. I più antichi del Mediterraneo

 

di Giuseppe Meloni

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 OTTOBRE 2006

Fino ad oggi si è ritenuto che i rinomati vitigni sardi siano stati importati in diverse epoche storiche da altre regioni d’oltremare.

Oggi l’archeologia propone di invertire questo concetto attribuendo alle varietà locali la primogenitura nell’esportazione verso altre terre mediterranee.

 

Nel corso dei millenni la Sardegna è stata in continuazione sottoposta all’attenzione di popoli d’Oltremare che vedevano nelle sue potenzialità un elemento di attrazione.

Ne sono derivate numerose influenze esterne e quasi altrettante dominazioni. Si va dai Fenici ai Greci, ai Punici, ai Romani, ai Vandali, ai Bizantini, e più di recente ai Pisani, ai Genovesi, ai Catalani, agli Spagnoli, ai Piemontesi.

Tutte queste influenze esterne hanno arricchito le popolazioni politicamente e militarmente dominanti, ma hanno determinato anche uno sviluppo dell’economia locale che spesso si è avvalsa di sistemi di produzione e sfruttamento del suolo importati dall’esterno e ha conosciuto l’introduzione di nuovi prodotti.

Tra questi si è sempre pensato che la maggior parte dei vitigni che costituiscono un vanto per la produzione vitivinicola isolana ai giorni nostri, siano stati importati, sin dai tempi più antichi, soprattutto dalla Mesopotamia. Questo concetto nasce probabilmente dalla scarsità di testimonianze che possediamo su questo tema e per la presenza delle stesse qualità di vitigno in altre parti del Mediterraneo.

Oggi, grazie ad una serie di diversi studi e interventi archeologici sembra che il concetto secondo il quale la Sardegna non abbia avuto sin dall’antichità una sua tradizione nella coltivazione della vite, sia da rivedere e, persino, sia da ipotizzare un fenomeno di esportazione delle qualità più pregiate dall’isola verso l’esterno.

Scavi effettuati in alcune zone di produzione del meridione e del centro dell’isola hanno messo alla luce semi d’uva databili oltre 3.000 anni fa. Erano conservati in diversi vasi in villaggi nuragici a Villanovafranca e a Borore.

Sono in corso procedure sofisticate per salvare questi reperti organici, che si presentano in cattivo stato di conservazione. Da questi, gli esperti confidano, in una seconda fase, di poter estrarre il DNA; tramite questo esame potrebbe essere possibile stabilire quanto sembra ipotizzabile: che le qualità di vitigno esaminate non provenissero da altre regioni mediterranee o orientali, ma che si trattasse di varietà locali.

In particolare si tenta di stabilire se le componenti genetiche dei vari vini sardi si combinino con quelle dei vini autoctoni derivati dalla locale vite selvatica.

Tra i vari vini isolani, il Canonau (uno dei primi ad essere sottoposto all’analisi) sembrerebbe non potersi definire una qualità importata dalla Spagna tra XV e XVI secolo, ma, al contrario, una varietà indigena.

Se questa ipotesi fosse confermata, ci troveremmo di fronte ad una varietà propria della Sardegna e quindi a quello che potrebbe essere considerato il vino più antico del Mediterraneo.