ottobre 2006

a. XII, n. 5  [68]

 

 

Berchidda, non piangere

 

di Phil Crasta

torna a

 OTTOBRE 2006

Quest’anno non è stato possibile trovare un gruppo dirigente che consentisse alla squadra di calcio di Berchidda di proseguire la sua storica presenza nei più importanti gironi regionali.

E’ un segno preoccupante che fa riflettere anche su temi più complessi e socialmente rilevanti.

 

Beh, riflettendo, ci sono cose ben più serie che impegnano i nostri pensieri, fatti e/o avvenimenti più importanti nell’ambiente in cui siamo soliti relazionarci.

Ma... queste domeniche orfane del Berchidda Calcio sembrano proprio bestiali.

Non ci resta che l’amarcord che più amaro non si può.

Non ho tempo, né voglia, ora, di sfogliare quei polverosi e ingialliti pezzi de “La Nuova” e, perché no?, de “L’informatore del Lunedì”, o ancora di una “Gazzetta di Sardegna” o il “Tuttoquotidiano” di alcuni decenni fa.

Frugo nella memoria e vado “a braccio” per esternare i racconti, gli aneddoti raccolti da chi ha giocato a pallone o ha vissuto da dirigente o da spettatore quelle partite di tanti anni fa nei campi di tutta l’isola. Solo alcuni, di questi racconti, altrimenti ci vorrebbero pagine e pagine.

Avevo scritto da qualche parte “si hanno albori di calcio a Berchidda ben prima della seconda guerra mondiale: erano per lo più partite amatoriali, generalmente fra paesi vicini”.

Raccontano i “saggi pallonari” che il calcio ufficiale arrivò a Berchidda con il cosiddetto girone propaganda subito dopo la fine della guerra; a ben vedere esatti sessant’anni fa. La squadra giocò con alterne vicende fra la Seconda divisione e la Promozione Regionale, il campionato più importante; poco più in alto c’era la Quarta Serie, i semiprofessionisti.

Ed ecco affiorare i ricordi dei grandi, magari non sempre lucidissimi (i ricordi) quando si giocava con la Gennargentu Pacini, con Arborea; a Sant’Antioco si andava dal sabato, come anche a Carloforte; nell’Ingurtosu giocavano quei continentali, bravi, noi però avevamo Camoglio, Scanu, Grixoni il portiere, ma anche Cattrucca e Crimbar.

Si andava alle trasferte, il più delle volte, con il camion di Tittinu “mettevamo le panche, un tendone sopra il cassone, e via, la vecchia Carlo Felice, la salita di Cadreas, il nevischio a Campeda; e quando si andava a Buggerru? Prima di arrivare sembravamo sul deserto”.

Il dirigente Ernesto aveva l’incarico, per le trasferte, di partire a mille con la sua velocissima “Giulietta” per arrivare giusto in tempo alla partita con il prezioso e irrinunciabile centrocampista-barbiere che aveva finito di servire, sempre di corsa, l’ultimo cliente. Sempre a mille, Annino, sul lavoro e, subito dopo, sul campo.

“Ma siamo stati anche campioni regionali della Prima Divisione nell’anno 1954, in quello spareggio di Oristano contro il Bacu Abis, cun Renzo Piga allenadore”. Ma l’anno dopo abbiamo rinunciato alla categoria superiore.

In quegli anni Cinquanta di grandi trasformazioni e di ripresa economica post-bellica passarono fior di giocatori in quello sterrato di Berchidda, “su poju ‘e Piredda”. Solo a pensare a Gino Colaussi – già Campione del Mondo negli Anni Trenta con la Nazionale di Vittorio Pozzo – che fu giocatore e allenatore. Come dimenticare Leoni e Puttinati, Nardino Fresu, ma ci sapevano fare anche i locali Mimmione, Francesco Meloni, che poi finì al Campobasso in Serie B.

Erano anni di grande splendore per le “zebrette” le cui gesta erano raccontate nelle cronache de “La Nuova” dalle scorrevoli penne di Giva (al secolo il dr. Peppino Vargiu) e di Citu Fresu. Era il periodo di ottimi giocatori sassaresi come Moretti, Vito Casu, Fiori (il padre di Francolino) o degli olbiesi “Gunga” Farina, Careddu, Degortes, Conte e Sechi l’allenatore.

Primi anni sessanta: allora come oggi, il calcio a Berchidda si fermò; per riprendere un anno dopo e ancora con validi giocatori fra i quali spiccava la colonia calangianese dei Bellu, Deidda, Palitta, Luciano, Molinas e tanti altri.

Dei locali, come si usava dire, il ricordo è per “Picci” Manchinu, al quale è dedicato il desolato e ammutolito campo sportivo, la cui erba è calpestata dai gentili tacchetti delle ragazze dell’Olbia Femminile.

Fermiamoci qui, per carità.

Ma, dirà più d’uno, cosa ha voluto dire questo.

Potrei, ripeto fermarmi qui, ma devo anche dare un senso a queste righe e io una morale l’avrei pure.

Ebbene, con la squadra di calcio, penso che Berchidda abbia buttato via un pezzo della sua storia – non sarà certo il più importante, né tutti gli daranno molto peso – come sono stati persi altri pezzi, questi, si, importanti, anche a livello economico.

Riflettendoci bene, ciò che di più grande ha perso questo paese non ha un valore economico, non è materialmente quantificabile, è solamente… palpabile: ha perso la socialità, la solidarietà, la collegialità, ha forse smarrito – o solo momentaneamente messo da parte – la sua identità.

Non trovare quattro dirigenti che mettano assieme una società, una squadra di pallone, vuol significare anche questo.