agosto 2006

a. XII, n. 4  [67]

 

 

Un paese votato al Jazz

di Ilaria Serra

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 AGOSTO 2006

Osservazioni sui riflessi della ormai famosa manifestazione musicale nel tessuto socio - economico di Berchidda. L’articolo, nel quale viene tracciato un quadro delle edizioni passate e una previsione per quella del 2006, risale a qualche mese fa.

 

Time in jazz mi ricorda... un paese che in pochi giorni cambia volto, che come un mutante si trasforma in un qualcosa che fino al giorno prima sembrava lontano; un paese che pullula di gente, formichine che corrono dalla mattina alla sera come schegge impazzite; ritmi che, da dilatati, diventano frenetici, corde degli strumenti che non sono più le uniche ad essere tese fino alla prima sera.

Da quel momento in poi i visi cominciano ad essere un po' più distesi, qualcuno può già tirare un sospiro di sollievo, ma è solo nella serata finale del 15 che ci si può finalmente sfogare in urla liberatorie!

Il festival sulla carta è uno, ma in realtà è come se avesse mille facce: quella di chi lo organizza, che si fa aspirare come da un vortice e vive giorno e notte perché tutto scorra senza intoppi, che tra un battibecco e una risata non risparmia energie per una causa a cui si è totalmente immolato; quello dei veri appassionati che seguono Fresu e i vari nomi che ogni anno si succedono sul palco e attendono trepidanti questo appuntamento; che pensano che la Sardegna non sia solo un "mare di vacanze" e preferiscono di gran lunga passare la settimana di ferragosto di giorno tra una chiesetta e l'altra, per poi concludere la loro giornata seduti nella platea di Piazza del Popolo ad assaporare suoni che evocano culture lontane che, come d'incanto, vanno a mescolarsi con altri che hanno qualcosa di molto più familiare, radicato; il tutto in una sinergia perfetta.

Ma non finisce certo qui; la notte è ancora lunga e allora tutti al jazz club, dove i borsisti di Nuoro si esibiscono emozionati perché Fresu quella sera ha deciso di suonare con loro.

Ma la vera magia è quella di ferragosto quando dalla baldoria finale, dove Bacco la fa da padrone, sottolineata dai fuochi d'artificio e dalle performances dei funamboli di "Thêatre en vol" a cui il Fresu si accoda deliziando la folla impazzita dal campanile della chiesa, si passa all'atmosfera incantata dell'ultimo concerto all'alba, dove chi è riuscito a uscire indenne da questo "tour de force", si lascia strappare dalle braccia di Morfeo, o forse non ci si è neppure abbandonato, e si mette in coda, inerpicandosi tra le pendici del Limbara, mentre i profumi forti della macchia mediterranea destano prepotentemente i suoi sensi, per assistere a uno dei momenti più toccanti dell'intera manifestazione.

E poi c'è l'altro festival, quello dell'orda di giovani erranti, apparentemente no-global, che forse della musica gliene importa ben poco, ma è lì per divertirsi, per bivaccare, per dare vita a una sorta di "woodstock" dei poveri, il cui principale trastullo è quello di eludere la sicurezza; che si arrovella per ideare efficaci escamotage e poterli fregare; che protesta perché il concerto più atteso è già "sold out" ma che fino al momento in cui i biglietti erano disponibili stava ben lontano dal botteghino e che – ovviamente – è ben lungi dal frequentare chiese campestri dove i concerti sono gratuiti.

E infine c'è chi il Festival lo subisce, che si ritrova – suo malgrado – in questo turbine di eventi, che a priori è contrario al suo svolgimento, che mal sopporta quest'invasione dei propri spazi, che si lamenta dei disordini e della sporcizia, ma che per i più è una grossa fonte di guadagno fino a qualche anno prima impensata.

Time in Jazz è questo e molto altro: è una commistione di manifestazioni artistiche perché, grazie al suo demiurgo, non è solo musica ma è anche arte contemporanea, con le sue mostre, che sono degli eterni cantieri, e che il 15 di agosto sono ancora incomplete.

Ma va bene così, perché basta conoscere i suoi curatori e non gli si può che perdonare tutto.

E' letteratura, con poeti improvvisatori che si confondono tra scrittori di grido, attori e chansonniers di nota fama.

E' un posto dove tutto e il suo contrario sono possibili, dove si può rimanere ammaliati da una straordinaria ballerina di flamenco e rimanere interdetti per un concerto di pecore. Grossi nomi del jazz internazionale e suonatori di launeddas.

E poi Paolo Rossi, che si aggira tra i tavoli della mensa con aria sorniona, Stefano Benni inalberato perché non può ancora cenare, fans in delirio perché Paolo Fresu, che sino a un istante prima era accovacciato sul palco con la sua trombetta, chiacchiera serafico come amico di fianco a loro.

E ancora. un concerto del Paf che all'ultimo momento viene spostato dall'anfiteatro al museo perché Qualcuno Lassù ha deciso che l'11 di agosto piovesse, e allora, via vai di persone indaffarate affinché nonostante lo "stato di emergenza" tutto funzioni alla perfezione e le attese di centinaia di affezionati e non, accorsi per l'occasione, non vengano deluse.

E quest'anno è anche cucina, cibo, vino e tant'altro ancora. Gli ingredienti, come sempre, ci sono tutti, Insomma.

E allora non ci resta che attendere per vivere ancora una volta intense sensazioni che questi virgulti, e il clima che insieme alla magia del luogo riescono a creare, sono capaci di regalarci!