agosto 2006

a. XII, n. 4  [67]

 

 

Estate 2006

Forti emozioni per il calcio italiano

 

di Giuseppe Meloni

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 AGOSTO 2006

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Dopo ventiquattro anni la squadra nazionale ottiene un altro titolo mondiale, il suo quarto, collocandosi nella bacheca dei successi in una posizione di eccellenza, seconda nella storia al solo Brasile (titolare di cinque successi) e davanti alla Germania (tre trofei).

 

Pochi, alla vigilia dei campionati avrebbero scommesso qualcosa su un successo così a lungo atteso e così difficile da conseguire, sia per la complessità delle circostanze che si devono verificare perché una nazionale ottenga un risultato di tal genere (forse il titolo sportivo più importante a livello mondiale), sia per le particolarità del momento nel quale si trovava la squadra e l’intero pianeta-calcio italiano.

Tra quanti non credevano alla possibilità che l’Italia conseguisse il titolo di campione del mondo c’era probabilmente anche quell’azienda che ha promesso ad ogni acquirente di televisori di qualità e di grande schermo la gratuità dell’acquisto.

Incamerato il titolo, celebrati i doverosi festeggiamenti, l’Italia calcistica si è dovuta interessare nuovamente di un piccolo problema, che era stato momentaneamente accantonato, in occasione dei campionati mondiali: lo scandalo del calcio pilotato: Calciopoli, o Moggiopoli, come è stato denominato in onore del principale artefice della falsificazione dei risultati sportivi di diversi campionati (per ora solo due accertati).

Quanto si era intuito in numerose occasioni (ma nessuno aveva avuto mai le prove per denunciare) è finalmente venuto alla luce. Numerose partite, e di conseguenza interi campionati, nel loro complesso, erano truccati. Ne derivava che nell’ultimo decennio solo due squadre hanno potuto accedere allo scudetto. Due squadre fortissime, intendiamoci, due delle più forti al mondo. Succedeva, però, che quando la forza intrinseca delle compagini non era sufficiente per assicurare il successo, intervenivano altri fattori che spingevano la macchina organizzativa verso la perpetuazione del duopolio.

Più vincevano, più le due squadre incassavano, più potevano investire, più vincevano, più aumentava il divario con le altre squadre. Un giro automatico che, ogni tanto, spesso, poteva prevedere anche qualche aiuto non del tutto lecito, tanto per non rischiare che altri potessero partecipare ad un gioco che non era più sport.

A questo punto, però, ed esattamente nel campionato 2004-2005 e successivamente in quello 2005-2006, una delle due squadre, ritenendosi minacciata dal potere dell’altra (tesi Moggi), ha rotto gli indugi e ha preteso di vincere tutto senza lasciare niente agli altri: neanche alla squadra con la quale fino ad allora aveva diviso il potere. Da questa rottura del patto (certo non scritto) sarebbe derivata l’indagine che ha scoperchiato quanto di più marcio si potesse prevedere.

L’arroganza con la quale si programmavano i favori che gli arbitri dovevano riservare alla squadra più coinvolta nello scandalo, rasenta l’incredibile. Non solo, nell’affrontare compagini decisamente sulla carta inferiori si chiedevano arbitri compiacenti (o amici); ci si preoccupava anche di far squalificare preventivamente quei pochi elementi di classe che le squadre provinciali non avrebbero potuto impiegare nei confronti con la grande squadra. Si trattava ancora di sport?

Qualcuno ricorda l’incertezza di campionati dove vinsero squadre come il Cagliari, la Sampdoria, il Verona? Oggi ciò non può più succedere. Il calcio è cambiato in meglio o in peggio?

Gli organi di informazione hanno purtroppo lasciato grande, troppo spazio all’autodifesa di personaggi altamente implicati nello scandalo che, dopo aver metabolizzato la propria colpa ed essersi accorti di aver passato il limite e di essere stati colti con le mani nel sacco, sono passati al contrattacco. Quale arroganza!

Hanno difeso i titoli conquistati appellandosi alla forza dei campioni della squadra vincitrice. Giusto! Ma allora dirigenti e la società nel suo complesso (non i giocatori) sono doppiamente colpevoli. Perché un illecito è grave quando viene commesso in stato di necessità (come nel caso di una squadra di non grande levatura che, ogni tanto, vorrebbe vincere qualcosa, o che cerca di evitare una retrocessione) ma è intollerabile quando a commetterlo è la compagine più forte, che ha tutte le carte in regola per vincere sul campo, senza favori.

Questi personaggi, anziché accampare scuse risibili, dovrebbero solo chiedere scusa a tutto il calcio italiano, ma soprattutto alla loro squadra e ai loro tifosi che si erano illusi di vincere tutto solo con le proprie pur considerevoli forze. Queste affermazioni di condanna sono state fatte da un personaggio al di sopra di ogni sospetto: Giampiero Boniperti.

Speriamo che gli oscuri personaggi già condannati dai tribunali sportivi e dall’opinione pubblica non possano più far del male.

E la squadra?

Dopo una prima condanna alla serie C, con penalizzazione, si è passati ad una condanna alla serie B, con penalizzazione, squalifica del campo e ammenda. All’inizio questa soluzione sarebbe stata definita ottimale. Invece, dirigenti che si stanno distinguendo per una frenetica ricerca di minimizzare quanto accaduto, chiedono di essere riammessi alla serie A, accampando il diritto di essere giudicati alla stregua delle altre squadre coinvolte (tutte rimaste in serie A con penalizzazioni perché implicate molto meno nello scandalo). Ma per l’illecito, o anche per la responsabilità oggettiva non era sempre prevista la retrocessione?

Per chi è stato giudicato colpevole, e condannato a giocare un campionato in serie B, non sarebbe meglio pagare per le proprie colpe (almeno per non avere vigilato), fare un minimo di purgatorio e poi tornare puliti e rigenerati al punto dal quale si era partiti?

Un colpo di spugna non può che lasciare in tutti gli sportivi un sapore di beffa. “Truffate pure, tramate, comprate, tanto a certe grandi squadre tutto continua ad essere permesso”.

Tra le numerose dichiarazioni di tifosi della grande squadra in questione alcune appaiono più equilibrate di altre nel prendere in considerazione l’ipotesi di un ulteriore rifiuto di sanzioni sportive che i più giudicano sacrosante. Soprattutto quelle che evidenziano come, una volta capita l’amarezza, “ogni tentativo di contestazione finisca per danneggiare ulteriormente l’immagine della Juventus”. Immagine già abbondantemente macchiata.

Ivan Zazzaroni, noto giornalista sportivo, ha recentemente parlato der ricorso al Tar della Juve come di una “simpatica” iniziativa. Ha evidenziato, tra l’altro, che la stessa squadra che si presenta al Tar del Lazio è la stessa che un paio di mesi fa ammise (attraverso John Elkann) le malefatte di Moggi e Giraudo e ha lamentato il fatto che il tempo (e gli interessi, piccoli e grandi) abbia cancellato il ricordo delle clamorose e imbarazzanti intercettazioni. Per quanto riguarda la motivazione del ricorso (tutelare gli azionisti) ricorda infine che gli stessi sono stati danneggiati nei loro interessi non già dalla sentenza della giustizia sportiva, ma dalle malefatte di dirigenti e dalla mancata vigilanza (se solo di questo si tratta) della Società. Adesso (notizia dell’ultim’ora) questa società avrebbe addirittura chiesto al Calcio italiano un risarcimento!

Auguriamoci di assistere ad un prossimo campionato che inizi regolarmente, con squadre abbondantemente penalizzate in A e una doverosamente in B. Un campionato dove primeggieranno ancora le squadre forti ma quelle meno attrezzate potranno fare di tutto per emergere, almeno in qualche occasione (sarebbe già una grande soddisfazione), nel rispetto di una regola di base del gioco Calcio: si gioca

 

11 CONTRO 11